Astio e risentimento verso la scena degenerano in disco solista

Dopo mesi di isolamento autoimposto e disillusione nei confronti di una scena le cui dinamiche e comportamenti si sono dimostrati sempre più deludenti, una polistrumentista da anni impegnata in vari gruppi della sua città ha raccolto tutti questi sentimenti in una manciata di canzoni che ora fanno parte di un disco solista. L’opera s’intitola Sisters of bitterness e descrive attraverso la forma di un concept album come, quando ti sei fondamentalmente rotto di stare dietro ad altra gente per suonare e fare concerti, la cosa migliore da fare rimane quella di occuparsi da soli di tutto, nonostante l’autrice dell’opera sia stata negli anni famosa per la quantità di gruppi con cui ha collaborato. Tra i temi collaterali del disco troviamo argomenti scottanti come non dover litigare sul tempo da mettere su quel determinato riff, non dover aspettare nessuno alle prove perchè è ritardatario cronico, imparare a cambiare da soli le corde di chitarra e basso, non rischiare di rimanere senza voce in sala prove per aver parlato troppo perchè tanto non c’è nessuno.
L’esperimento del disco solista sta ricevendo buoni riscontri, tanto che altri esponenti della scena hanno immediatamente optato per una mossa simile, pubblicando degli altri instant album guidati, probabilmente, dalle stesse esigenze. Forse è presto per parlare di una nuova tendenza e del declino dei gruppi a favore dei progetti solisti, quello che è certo, però, è il cosiddetto effetto Take That, qualcosa di simile di quando tanta gente festeggiava lo scioglimento dei cinque di Manchester ma poi si è dovuta ricredere perchè si è trovata di fronte alle carriere soliste di tutti loro. La scena ha comunque gli anticorpi per sopravvivere anche a questo trend, e poi abbiamo la convinzione che se non ci ha uccisi il punk acustico ormai possiamo sopravvivere a tutto, comprese le previsioni di fine del mondo nel 2050.

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