Scena punk hardcore perde l’annuale occasione per non sembrare una banda di tossici

Come avviene da un po’ di anni a questa parte, la giornata del 20 aprile è stata all’insegna, da parte una grossa fetta della scena punk hardcore nostrana, della celebrazione della cannabis e di tutto quello che le gira intorno. Con la consueta esterofilia che ci contraddistingue (il “codice” 4.20 è nato negli Usa e sulla sua nascita ci sono diverse interpretazioni), orde di punk hanno inondato il web di post incentrati su quanto sia bello farsi le canne e vivere in costante sballo e fame chimica, e probabilmente hanno pure inondato l’aria di fumi poco leciti, quasi sicuramente ascoltando i Bad Brains. Di contorno alcuni hanno aggiunto i soliti sermoni sul fatto che la marijuana non è una droga, che fa bene alla salute e che viene combattuta perché così le Big Pharma sono più libere di riempirci di veleni.
Niente di nuovo chiaramente, ma solo l’occasione per offrire la sponda all’equazione punk uguale drogati che si perpetua dalla nascita di questa sottocultura. Neanche dal giro straight edge si alza una voce critica, ma li giustifichiamo perché sono ancora tutti impegnati a cercarsi nelle foto di Disconnection.
Peggio di questo è rimasta solo la scena stoner-doom-sludge, in cui i gruppi fanno ancora i simpatici pubblicando dischi il 20 aprile (se agli Sleep fischiano le orecchie pazienza), ma lì siamo di fronte a casi irrecuperabili tanto che tra una settimana ci starà ancora chi starà celebrando in ritardo di una settimana.
Appuntamento all’anno prossimo, ma speriamo di no.

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